dedioste’s

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Qualunque cosa significhi amore

per fare scena anche se era solo

Sono un Sonciniano convinto, e quando ho letto che questo romanzo sarebbe stato addirittura ripubblicato in versione aggiornata (si, un po’ come Fratelli d’Italia), lo ho prenotato subito.
Sì, prenotato, nel senso che paghi adesos e poi tel omandano sul Kindle quando esce.

per vietare i telefoni, dovevi non turbarti all’idea che, appena finita la riunione, sarebbero tutti corsi nell’apposita chat da cui eri esclusa: inviolabile diritto umano, nel ventunesimo secolo, era una chat creata per dirsi quanto era insopportabile l’assente – fosse tua madre, il tuo capo, tua moglie.

Poi ovviamente ho aspettato mesi a leggerlo, perchè sì.
Ma posso dire che alla fine non ho affatto sbagliato a comprarlo.

Consiglio ai suoi lettori Il Duca nel suo dominio: è il libro che contiene la lunga intervista che, nel 1957, Truman Capote fece a Marlon Brando che era a Kyoto a girare Sayonara. In quella conversazione Capote codificò la tecnica che sta utilizzando lei in questo momento: raccontare all’intervistato i fatti propri in modo che si attivino i suoi neuroni specchio e quello sia indotto a ricambiare la confidenza.

Non è un libro che si legge per la trama, sebbene ci sia, è un libro che si legge per le gemme che ci sono dentro: sia di scrittura (Soncini scrive bene, lo sa, e ne approfitta) sia di personaggi (come racconta lei un certo mondo, non lo sa fare nessun altro).

«Dio dei neurologi, sei il pettegolo più negato d’occidente.»

È un libro che fotografa i modi di fare e di essere di una certa tribù sociale, in un certo momento della storia. I loro linguaggi, i loro tic, le loro paure, le loro meschinità. È una precisa foto di gruppo, con il fuoco sui due protagonisti (Elsa e Vanni) a cui viene data più attenzione, più dettaglio, ma che non sarebbero nulla senza tutto il contorno.
Come tante altre cose del resto.

Elsa aveva annuito: «Dal trauma ti riprendi, dalla voragine di ridicolo è più difficile risalire».

A mio avviso è un libro che sarebbe un’ottimo soggetto (e anche già una mezza sceneggiatura) per una piéce teatrale o per un film.
C’è dentro una spigliatezza, un tempismo, un modo di scrivere che rende le cose molto dirette.

Elsa aveva imparato a poggiare il telefono in vivavoce sul ripiano della cucina, e dire ogni tanto «ma certo», «pazzesco», «hai ragione» mentre giocava a sudoku. L’importante era che il monologo si concludesse con Fanny convinta d’averla avuta vinta, e il giorno dopo la registrazione sarebbe stata serena.

Sì, sto scrivendo a microfrasi perchè ho un sacco di citazioni da incollare.
D’altronde l’ho detto che sono un fan.

«Hai mai riflettuto su quanto sia orrendamente middlebrow ammazzarsi perché l’amante di tuo marito si chiama come quella della canzone?»

E, chiudendo, ve lo consiglio.

«Sarà di Foggia: Foggia è talmente impresentabile che Arbore è una vita che si finge di Napoli.»